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Nicola Barsotti, Diego Lanaro

Stiamo attraversando una fase di crisi generale dell’occidente, sia per ciò che riguarda i modelli culturali che scientifici. Questi ultimi, in particolare modo, si sono strutturati negli ultimi due secoli ed hanno trovato la propria sintesi paradigmatica a metà del secolo scorso.

Non a caso il New England Journal of Medicine, in un articolo pubblicato nel 2012, sostiene che il sistema medico dominante ha portato a costi insostenibili, scarsità di risultati, frequenti errori medici, scarsa soddisfazione sia del medico che del paziente. Le cause, per gli autori, dipendono dal fatto che il modello di riferimento si era strutturato per la cura di patologie acute su pazienti per la maggior parte giovani. Oggi però ci troviamo davanti a patologie croniche con pazienti anziani. L’approccio “ortodosso”, quindi, non è più in grado di gestire in modo efficace la malattia e la salute. Le conseguenze di tale paradigma sono, in sostanza, che il modello medico attuale ignora l’origine complessa delle malattie e che vi è un fallimento della prevenzione oltre che una medicalizzazione dei fattori di rischio.

Il modello di riferimento che sta subentrando nel mondo della ricerca è quello biopsicosociale, introdotto dal professor George L. Engel in un articolo che ha fatto la storia della medicina e che fu pubblicato sulla prestigiosa rivista Science. Engel sostiene che per comprendere lo stato di salute o di malattia di una persona è necessario considerare l’aspetto biologico ma anche quello psicologico e sociale (conta infatti anche il contesto nel quale una persona nasce e cresce).

Sicuramente il cambio di paradigma in atto è stato introdotto dalla rivoluzione epistemologica avvenuta con Carl Popper e, successivamente, dai famosi filosofi della scienza post-popperiani, in primis Thomas Kuhn. Secondo questo grande epistemologo, infatti, è necessario superare gli specialismi e i micro-paradigmi per avere scienziati bilingue, esperti dei diversi linguaggi scientifici, capaci di abbattere le barriere disciplinari.

Grazie a tutto questo, con il cambio di secolo, finalmente abbiamo avuto il riconoscimento della complessità biopsicosociale e si sono dissolte definitivamente le speranze di poggiare su certezze incrollabili e metodi infallibili. E’ importante far notare che con questo cambio di visione abbiamo avuto rivoluzioni in vari settori della medicina: in neurologia oggi si parla di network cerebrali, sinapsi complessa e modulabile, plasticità cerebrale, neurogenesi; il biologia di epigenetica e meccanobiologia; l’immunologia è vista come studio dei sistemi di regolazione interna; in psicologia si parla di neurobiologia; nel settore delle terapie manuali si parla di tessuto connettivo come struttura unificante che connette strutturalmente tutto il corpo e che ha effetti meccanochimici, biochimici, fisiologici, psichici; in fisiologia e patologia si parla di PNEI, psiconeuroendocrinoimmunologia.

E, proprio in riferimento a questa nuova disciplina, la PNEI, è bene fare qualche precisazione. In primis, possiamo affermare che il riferimento epistemologico è Thomas Khun. Infatti, la PNEI non è una specializzazione biomedica, né una specializzazione biopsicologica, né una superspecializzazione ma un nuovo paradigma fisiopatologico e clinico. In sintesi, è un modello di ricerca e interpretazione della salute e della malattia che vede l’uomo come un’unità strutturata e interconnessa, dove i sistemi psichici e biologici si condizionano reciprocamente. Possiamo affermare, quindi, che la PNEI è un paradigma sistemico a base molecolare.

Perché tutto questo è importante per l’osteopatia? Perché dà conferma, in termini scientifici moderni, delle incredibili intuizioni del dott. Still! Infatti, ben prima della scoperta del sistemi immunitario, il padre dell’osteopatia credeva che nel sangue esistessero “corpuscoli indispensabili per la salute” (il sistema immunitario) e riteneva che rilassando i muscoli e liberando le articolazioni fosse possibile calmare i nervi del sistema simpatico, normalizzare la circolazione e dunque permettere ai “fermenti corporei” endogeni di sconfiggere l’infezione. In pratica, nell’800, il vecchio dottore aveva collegato struttura, sistema nervoso, sistema circolatorio e sistema immunitario! È anche interessante riportare ciò disse un suo studente, S. H. Kjerner: “… Non ha mai sostenuto che tutte le malattie fossero causate da alterazioni della struttura ossea”, anzi! La varie patologie potevano essere date da molteplici cause e, tra questi fattori “si annoverano gli abusi funzionali di vario genere, come le condizioni di lavoro, l’abbassamento delle resistenze dovuto alla perdita di sonno, alla stanchezza, agli eccessi alimentari, etc.” e ancora Kjerner ci dice: “Ci spiegavano che i disturbi vertebrali creavano una situazione per cui venivano ad abbassarsi le resistenze in una certa parte del corpo e ciò che a sua volta consentiva l’attivazione del batteri…” (Lewis, 2016).

In pratica, possiamo dire che Still è stato il fondatore della PNEI!

Nel settore osteopatico, chi ha insegnato l’importanza di una visione biopsicosociale è stato Irvin Korr, neurofisiologo e ricercatore osteopatico. Di seguito, a conferma di quanto detto, è importante riportare le sue parole: “Tutto quello che riguarda la persona – che si tratti di genetica, della sua storia dal concepimento al momento attuale, dell’alimentazione, di uso e abuso di corpo e mente, del condizionamento dei genitori e della scuola, degli ambienti fisici e socioculturali, e così via – è coinvolto nel determinare la qualità della funzione fisica e mentale. Quanto migliore è la qualità dell’«ambiente» che la persona procura alle componenti di corpo e mente, tanto meglio questi funzioneranno.” (Korr 2003).

Questo cambio di visione ha portato anche ad una nuova interpretazione della disfunzione somatica e qui, sorprendentemente, scopriamo che probabilmente la prima persona che ha dato una definizione appropriata della disfunzione somatica è stato Hans Seyle, il padre moderno della PNEI. Nel suo famosissimo libro Stress of life, infatti, il ricercatore austriaco parla non solo della Sindrome Generale di Adattamento, ma anche della Sindrome Locale di Adattamento, definendola come una reazione infiammatoria cronica dei tessuti in risposta ad eventi stressanti dati da stimoli biologici, ambientali, fisici, emozionali (riduzione della circolazione sanguigna). Tale reazione può portare a una modificazione della trama tissutale e, in ultimo, se non corretta, può promuovere una sindrome generale di adattamento (effetto sistemico).

L’osteopata, quindi, attraverso la stimolazione della fascia, attiva i recettori del sistema nervoso e, grazie a ciò, attiva una serie di stimolazioni locali e sistemiche che coinvolgono il sistema immunitario, endocrino ed il sistema nervoso centrale. In sintesi: l’osteopata usa la struttura come mezzo di regolazione. Basta infatti vedere i 5 modelli introdotti dall’Educational Council on Osteopathic Principles.

Parleremo di tutto questo, e di quanto sia importante riconoscere il proprio paradigma scientifico di riferimento per l’impostazione di una terapia integrata, nel nostro corso PNEI e Osteopatia.

Bibliografia

  • Abbagnano & Fornero (1993), Filosofi e filosofie nella storia, vol.3, Torino, Paravia.
  • Bottaccioli & Bottaccioli (2017), Psiconeuroendocrinoimmunologia. Il Manuale, Milano, Edra Elsevier.
  • Chaitow (2006), Local adaptation syndromes wholistic solution depend on contextual thinking, Massage Today, 1(2).
  • Engel (1977), The Need for a New Medical Model: A Challenge for Biomedicine, Science, 196(4286):129-36.
  • Korr (2003), Fondamenti di medicina osteopatica, Cap. 1, pag. 11-12.
  • Lewis (2016), A.T. Still: dalle aride ossa all’uomo vivente, U.K., Dry Bone Press.
  • Lunghi et al. (2017), Ragionamento clinico osteopatico: trattamento salutogenico e approcci progressivi individuali, Milano, Edra.
  • Marvasti & Stafford (2012), From Sick Care to Health Care — Reengineering Prevention into the U.S. System, NEJM, 367(10):889-91.
  • Tozzi et al. (2015), I cinque modelli osteopatici, Milano, Edra.